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Dov’è mia figlia: quando anche la fiction subisce la pericolosa fascinazione dei fatti di cronaca

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Palinsesti televisivi praticamente ossessionati dai fatti di cronaca che ultimamente -e sempre più di frequente- hanno imperversato nel paese, e programmi invasivi che con le loro indagini hanno rovistato rovinosamente nella vita di famiglie e parenti coinvolti. Casi divenuti di dominio pubblico, che al limite della morbosità hanno visto coinvolta l’intera nazione. Fatti che lasciano attoniti e segnano profondamente, per un dolore condivisibile e comprensibile, ma da affrontare con delicatezza e rispetto.

Già ai tempi del pozzo di Vermicino, era il lontano 1981, l’agonia dei genitori era per immagini partecipative, dunque la narrazione fictional di ultima creazione non poteva essere da meno e con la nuova stagione ha sfornato un prodotto il cui tema è tutt’altro che sconosciuto. Dov’è mia figlia, infatti, tratta un argomento ad oggi di grande sensibilità, uno di quelli in grado di infuocare diatribe e critiche accese tra quanti non condividono la messa in onda e la relativa spettacolarizzazione dei dolori altrui; argomento capace allo stesso tempo di suscitare sane emozioni in quanti si rivedono nella disperazione dei familiari.

Racconti che avvincono e convincono il tempo della messa in onda, ma che alla lunga possono turbare riflessioni e stati d’animo. Neanche sapere che si tratta di una storia inventata (cioè non direttamente riferita agli ultimi esempi di nera di cui abbiamo oltremodo avuto la possibilità di approfondire dettagli e retroscena), infatti, anestetizza le reazioni, perché di casi di scomparsa l’Italia è tempestata e la memoria corre veloce alle ultime tragedie. Il soggetto di Andrea Purgatori e Giuseppina Torregrossa, per la regia di Monica Vullo, era per Mediaset una grande promessa (e vedremo cosa ne penserà la platea al termine della messa in onda): il cast che da voce ai personaggi, la commistione di misteri diversi, e poi la storia della sedicenne Chiara Valle (Benedetta Gargari), che tanto ricorda di giovani vite spezzate alle quali abbiamo avuto modo di affezionarci nei lunghi mesi di indagini per ritrovarne le tracce, non potevano che appassionare i telespettatori con la loro carica di suspense e pathos. Telespettatori attratti da passati da ricostruire, per puzzle da ricomporre lottando contro il tempo, gli sciacalli, omertà e angoscia, piste inutili e chiaroscuri taciuti.

La storia di Chiara, romanzata e servita a puntate, sembra proprio avvicinarsi pericolosamente all’ultima trovata dell’intrattenimento per chi vuole a tutti i costi essere accanto ai familiari che rimangono in attesa, sostenerli mentre combattivi penetrano con tutte le loro forze il buio che inghiotte e spesso non restituisce.

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